P’tit Quinquin di Bruno Dumont

Quando si affronta un’opera cinematografica di questo spessore bisogna calarsi nella parte dello spettatore senza pregiudizi, così da esserne attraversati in pieno. Solo poche volte infatti non saremo spaesati davanti alle immagini e di fronte a queste vicende, spesso ci domanderemo se tutto ciò che viene narrato stia davvero accadendo. Quella di Bruno Dumont non è una semplice black-comedy francese ma qualcosa di più maestoso, che trova la sua forma ideale in una mini-serie ad episodi di cinquanta minuti ciascuno, capaci di rimanere segnati però da un impianto filmico che ha poco a che spartire con la televisione.

Questo racconto sublime e grottesco viene scandito dagli occhi narranti del piccolo Quinquin che insegue il lavoro di ricerca di un ispettore di polizia sulle tracce di un bizzarro omicida. L’ispezione forzata a cui è sottoposto un piccolo villaggio francese porta infine, mediante l’utilizzo di una narrazione tragicamente comica, a disvelare le cicatrici dell’umanità intera. “L’inferno è qui” balbetta con tono sicuro il comandante-ispettore indicando la sabbia terrestre in riva al mare, Bernard Pruvost rispecchia in prima persona la satirica sceneggiatura di Dumont che prende vita nei luoghi paradisiaci e bucolici di una Francia assai lontana dall’immaginario comune.

Un elicottero viene ripreso nello spostare una mucca di qualche centinaio di metri, trasportandola in aria in una scena iconica. Quella che pare una visione in un’oasi sperduta rappresenta la distanza del potere, che si annuncia ai cittadini solo per riparare con il minimo appoggio il danno subito, salutando Quinquin e la sua piccola compagnia dall’alto. In questa realtà posta all’altezza di un bambino l’immagine dell’amore è esclusivamente rappresentata da una coppia di infanti, che in quest’opera cinematografica sono gli unici a rappresentare la purezza dei sensi e l’assenza di viltà. Essi nella loro unione rappresentano la profonda distanza dal mondo adulto delle marce militari forzate, del lavoro fisico e della cruda realtà che non trova mai riposo.

In quest’opera Bruno Dumont sa cogliere miracolosamente ed in modo irripetibile “l’oltre” del non rappresentabile e lo rende visibile tramite dei tempi comici ambigui e sapientemente gestiti, capaci di farci sia riflettere che ridere grottescamente dell’incompetenza della polizia, che spara a salve con la stessa potenza effettiva dei petardi di Quinquin. Le indagini di cui l’intera vicenda si nutre sono scandite da improbabili e brutali omicidi, essi trasmettono la poetica dell’imprevedibile che anima con follia ciò che dall’essere impensabile diviene realtà e, colpendo il mondo intero affolla i quotidiani ordinariamente. Una comunità così ristretta ed apparentemente pacifica è colpita nella sua umile riservatezza, dal seme del male che è omertoso e provinciale ma bagnato dal sole e lucido.

La tenerezza innocente di un’amore infantile scandisce una trama unica ma semplice, capace di trascinarci via storditi ed emozionati in un ricordo indimenticabile e divertente. Una forma di bene ideale brucia fortemente negli occhi combattivi e caratteristici del piccolo Quinquin, incapace di dare uno sguardo positivo all’aiuto offerto dalla polizia, per lui così lontana dalla sua comunità. Gli occhi speranzosi ed innamorati di un bambino ci accompagnano ricchi di domande, verso un futuro immaginario che non accadrà, ma che tenderà sempre inevitabilmente a ripetersi nella sua per quanto atroce, esilarante e squallida realtà.

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