Stoker di Park Chan-Wook

In media servono dai 5 ai 15 anni prima di poter storicizzare un film e considerarlo rilevante per un’epoca, prima di tale periodo anche un capolavoro può far vivere il pubblico nel dubbio che sia solo considerato una prova eccessivamente pretenziosa; oggi vedo accadere lo stesso a Mother! di Darren Aronofsky. Stoker è l’esempio di come la conquista di un tipo di cinema raffinato, mentale e a multipla lettura avrebbe conquistato il futuro partendo dai primi registi asiatici di successo in occidente e capaci di conquistare attori ed attrici internazionali come Nicole Kidman. Stoker di Park Chan-Wook è un film recente ma sicuramente l’ombra del dubbio è scomparsa sopra il suo giudizio: questo film è un opera cinematografica rilevante, di notevole spessore e psicologicamente intrigante.

Il sopraffino montaggio ai limiti delle possibilità cinematografiche non stona mai con la perfezione degli arredamenti e le architetture delle singole inquadrature, incaricandosi di narrare il doppio occhio sulla realtà che India possiede per doti innate. Il primo punto di vista è quello sofferente e passivo di una giovane adolescente problematica impossibilitata a sapersi rapportare con la madre, identificata come rivale. Il secondo è quello impulsivo, dominante e soprannaturale che la protagonista ha la capacità di captare attivando la propria genialità istintiva.

Lo Zio Charlie irrompe nella vita di una ragazza schizofrenica e divisa incarnando la follia stessa, quella che tutti desideriamo possedere ammaliati dalla sua irresistibilità contagiosa e dalla sua sregolatezza da giramondo. Noi non siamo coscienti degli sporchi trascorsi di ciascuno prima di realizzarsi in una propria definita ed ammirevole identità, le foto conservate dal padre in uno scrigno rappresentano la terribile memoria capace di distruggerci. Il ricordo, la crescita e la trasformazione sono le fondamenta di questo racconto che sa di favola per bambine cattive.

Ora che ha partecipato all’ omicidio per mano di Charlie di un giovane desideroso di possederla, ne rimane altrettanto macchiata poiché per la nostra coscienza il desiderio del male equivale alla realizzazione del male stesso.India veste i tacchi che lo Zio ha comprato in Francia per lei ed ora le calzano perfettamente, le vecchie scarpe infantili non sono più attraenti. La tanto isolata follia diventa quindi conquistatrice e si impadronisce di India facendola crescere, trasformandola in donna grazie al male subito e causato capace di definire smussando le nostre personalità. Rammentando gli insegnamenti del padre India riesce ad uccidere la follia, nascondendola nel gelido freezer in cantina, a rappresentare la memoria che rimane congelata come in un sogno ed è libera di essere dimenticata. Finalmente la figlia salva la madre e si riconosce in lei, Evelyn è macchiata dal desiderio semi-incestuoso e piena di una furibonda voglia di bruciare nel fuoco ogni ricordo del suo matrimonio. Accettare la propria follia e la propria solitudine sono le prime regole per non abbandonarsi ad una futile ed incompresa pazzia, questa è solo uno stadio della nostra affermazione.

Sua madre l’aveva poco prima squadrata dicendole: “Chi sei tu?”, ma ora la figlia la lascia riposare come una giovane creatura nuova e stanca su questo pianeta, mentre Evelyn si risveglia, India con gli occhiali da sole del padre vive ora in modo diverso: accetta come flirt una provocazione e supera i suoi limiti correndo su una decappottabile. E’ pronta ad essere oggetto del desiderio altrui conquistando la sua libertà e uccidendo ancora.

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