Mademoiselle di Park Chan-Wook

Anche oggi inaspettatamente il cinema ci dona la grazia di alcuni capolavori lontani e presenti, frutto di una scuola di poesia capace anche di intrattenere con un elevato spessore culturale ed un’estetica intrigante. Nell’ultimo film di Park Chan-Wook intitolato “Mademoiselle” ovvero “The Handmaiden“, un truffatore si cela sotto le spoglie di un conte nato per finzione al fine di irretire una nobildonna benestante schiava delle voglie di un uomo anziano, ricco e avido egli è colmo di segreti occulti tanto quanto di denari e tesori preziosi. L’interesse del truffatore sta nell’irretire con il proprio eloquio da conquistatore la nobildonna facendola innamorare, il fine è portarla con sé per eseguire un colpo perfetto e con l’aiuto di una cameriera della sua famiglia dà il via al piano.

Le geometrie di questo spettacolo cinematografico sono dotate di alte virtù estetiche capaci di dar frutto ad un gioco di maschere e luoghi lussuosi dove la prestazione degli attori si sposa come in una pietanza di uno chef stellato capace di ammaliarci con i profumi ed i sapori così antichi e così vicini a noi assaggiatori. L’immagine di una donna perfetta reclusa in casa ci dirige verso la scoperta del sesso in un’anima repressa, in un capolavoro che è soprattutto un capolavoro misteriosamente erotico dove il regista decide di mostrarci tutto. Il ventaglio di codardia dell’animo umano e della sua stupidità è qui aperto in ogni sua minuziosa forma e ci dona libidine e ci rende degni di un’ispezione gioiosa e filosofica del malessere umano. Altri argomenti toccati dal regista sono: la reclusione ed il vizio così come la vendetta e il disamore, la falsità ed il sesso come strumento di affermazione sono in questo film analizzati alla perfezione con l’umiltà di un’anima bella e lontana di un grande artista.

Che cosa vuole realmente un uomo?

Kim Min-hee

La differenza sociale è esalata da uno stile rigoglioso di personaggi mai divisi precisamente con le categorie di “buoni e cattivi” ma tutti relativizzati uno con l’altro sotto l’ombra oculata del regista, che è ormai un vero maestro ed uno dei più grandi autori del ventunesimo secolo. La messa in scena è di una superiorità clamorosa e le scene di sesso sono perfettamente costruite così come anche il dramma di una spy-story mista al melò, capace di esaltare la recitazione degli attori e delle insuperabili attrici destinate a restare impresse come icone nei loro paesi d’origine. La confusione romantica che innesta in noi nasce dai luoghi di un cinema amèno e distante fatto da quei giardini tanto cari al D’Annunzio che richiamano l’amore ma anche la guerra ed il tradimento (ricordiamoci che parliamo dell’autore della Trilogia della Vendetta).

Questo è un capolavoro di perfezione immane in grado di rallegrare sia la vista sia l’animo e che non può essere bistrattato in nessuna maniera, io ne consiglio la visone unicamente in Director’s Cut per apprezzarne appieno le scelte di regia effettuate. Le critiche rivolte a questo film si prendono gioco del suo aspetto totalmente concentrato sull’estetica esasperata ma in realtà è proprio la potenza della forma a racchiudere in sé una storia che sa essere come una foglia di tè orientale, sul fondo una tazza di ceramica inglese pregiata: essa si apre piano piano e con la sua clamorosa bellezza ci disseta con grazia.

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