Midsommar di Ari Aster

Sotto il falso nome di un film horror si cela una prova matura di un regista che va saputo leggere tra le linee di una scrittura ad immagini che ha bisogno di un grande spirito d’osservazione dei particolari per essere compresa, in questo lungometraggio di Ari Aster l’orrore umano svela una relazione sul punto di finire e un rapporto uomo-donna in cui subentra il tradimento e la derisione. Il regista ci mostra un mondo ansioso che non sa vivere senza droghe, senza sesso e senza dolore, innanzitutto questo è un film sull’empatia e sulla solitudine, che affronta i traumi e le esperienze di chi vive in una società che non comprende i dolori del prossimo ma lo abbandona. La follia psichedelica di un mondo assurdo è in realtà la distorsione che anima il nostro individualismo dal quale siamo conquistati a scapito degli altri ma, a favore dei nostri progetti e della nostra carriera futura. L’integralismo e il fondamentalismo sono alle porte e sono l’avvertimento non tanto di qualcosa di possibile ma che sta già accadendo, infatti i protagonisti faticano a spaventarsi una volta partecipato ai riti definendoli solamente con un banale: “è solo la loro cultura…”, il concetto di “politically correct” è deriso in un mondo in cui il male andrebbe definito come tale e senza l’utilizzo di mezze misure. Il regista ci ricorda di come noi non possiamo scinderci dal nostro ambiente né realmente separarci da esso, in quanto prima o poi ne verremo assorbiti come parte integrante a dimostrazione di ciò che siamo per chi viene dall’esterno.

Il film è emotivamente accattivante e capace di colpirci nel profondo come pochi altri, sia per via delle doti del regista ormai spinte ad altissimi livelli grazie alla sua maturità artistica e di gestione del mezzo cinematografico, sia perché la messa in scena è talmente perfezionista che rischia di farci credere in qualcosa di impossibile lasciandoci stupefatti. L’incapacità di vivere senza sballo, sesso o droghe vale come l’incapacità infantile di non saper dichiarare la fine di qualcosa: in questo caso di un amore trascinato e non sostenuto con trasporto da entrambe le parti. La colonna sonora è magnifica ed è un film che rasenta la perfezione e la abbraccia atto per atto, questo capolavoro dall’ambizione teatrale è un film consigliato sia agli amanti del genere sia a chi vuole riscoprire la potenza di un autore che si esprime attraverso di esso, per raggiungere un fine ben superiore e concettuale. I tempi sono autentici e sapientemente gestiti in una dichiarazione di amore verso il cinema, dove il taglio scenografico e la forza della sceneggiatura ci rende in pieno l’inquietudine di qualcosa che ha a che fare con l’incomprensibilità della propria anima e di quella altrui.

Se si cerca un film femminista allora penso che questa sia l’alternativa corretta poiché l’intera tessitura narrativa è animata dalla parte delle vicende psicologiche di una mente di una ragazza tradita, la sua femminilità è trasportata senza passione e solo per non essere lasciata sola viene accompagnata; è dal suo vivere unicamente “per fare compagnia” che la protagonista troverà la sua vendetta chiarificatrice nel finale. Il film è interamente incentrato anche sulla potenza della debolezza e non a caso, il soggetto psichicamente più labile e malvoluto è il più passivo ma è anche il solo e l’unico a salvarsi ed a rimanere testimone e partecipe di un piccolo mondo che l’ha incoronata come propria Regina, capace di crearle una nuova famiglia per sopperire alle sue mancanze.

La porta è segno di scissione e l’occhio è assoggettato al cervello. Lo sguardo è ingannatore e mistificatore, rivelatore di un’altra realtà

Questi riti compiuti come atti ripetitivi sono il segno di un’alternativa alla noia ed alla mancanza di sincerità, a dimostrazione che una società senza smartphone non è per forza tanto più rassicurante di quanto ci immaginiamo. Nello scorrere dell’opera il gioco della scoperta sfocia nell’orrendo e nel grottesco incantandoci con la sua rappresentazione, la trama a cui crediamo rivela l’educazione di una società umana costruita da uomini, non a caso essa è l’oggetto di una tesi per alcuni studenti di antropologia. La natura non è così partecipe come si pensa, essa è in realtà sottomessa e resa schiava, imprigionata a servizio dei riti umani e dei fini di una piccola comunità (come nel caso dell’orso rinchiuso in gabbia e poi sacrificato). Il sorriso ricco di soddisfazione della protagonista ci porta verso un atteso ma già compreso finale, quindi attraversiamo l’essenza intera di questo capolavoro impressionante con lo sguardo di una persona pronta a ricominciare e, a rinascere a qualsiasi condizione in un orrore che è così candido e così puro, così interamente messo in scena alla luce del giorno senza ombra alcuna che quasi non si crede sia vero.

3 pensieri riguardo “Midsommar di Ari Aster

    1. Ciao, ho apprezzato il tuo commento soprattutto quando parli del forte “pathos”, in effetti è un film complicato e capace di una potenza disarmante. Grazie per il tuo apprezzamento e per il tuo interesse. Buona serata.

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