Mulholland Drive di David Lynch

Perché secondo il mio parere David Lynch è attualmente il più grande regista sul pianeta terra? Partiamo dalle basi: il cinema è sostanzialmente definito dalle immagini e soprattutto dalla velocità di cui il regista si arma per renderle vive e funzionali all’opera che vuole fortemente. L’opzione che il cinema pone come principale è la seguente: farci sognare, evadere e regalarci la tanto agognata fuga dalla realtà che ognuno per un proprio motivo ricerca e sfoga in una determinata arte o passione. Nessun regista come David Lynch sa garantire una bellezza così soddisfacente ed onirica alle immagini, solitamente dopo che guardo Mulholland Drive mi attrae il letto, mi piace sdraiarmi come Rita quando viene ritrovata nella sua abitazione e chiede di riposarsi pensando che il sonno possa curare il trauma provocato dall’emorragia cerebrale. Nel mettermi a letto provo una forte soddisfazione perché so che il film non è finito anzi, non finisce e non finirà mai ma, continuerà nel nostro interno ed il regista ha saputo fotografare le migliori immagini possibili ed immaginabili, solo questo basta per farci evadere tutti e considerare Lynch il numero uno fra tutti. In modo molto semplicemente la qualità delle sue inquadrature è così sognante e narrativa da essere superiore, quando guardo i suoi movimenti di macchina sono intrappolato sulla sedia come non mai.

Anche quando siamo soli, non viviamo mai nulla in solitudine. Viviamo abbracciati ai nostri sogni, alla nostra famiglia, alle nostre aspettative ed a ciò che desideriamo diventare, a costo anche di uccidere ciò che siamo.

Se dovessi attribuire a Lynch una parola chiave per descrivere le sue immagini sarebbe: “soddisfazione”, prima di essere un regista egli è un pittore ed io mi sento soddisfatto ogni volta che incontro e mi lascio attraversare dalla luce e dallo spazio che David Lynch sa dare alle strade, ai volti, alla carnalità ed al sogno femminile che appartiene alla sfera del desiderio, non facendomi rimpiangere il passato con Federico Fellini di 8 1/2 o Le Notti di Cabiria. Mulholland Drive è una storia vera ma non perché sia stata tratta da una biografia o raccontata in modo documentaristico ma perché è ciò che il regista ha rivelato alla giovane Naomi Watts inconsapevolmente, nel suo primo grande ruolo di una carriera destinata al successo. Quest’opera cinematografica è innanzitutto una storia perfettamente narrata sul distorto mondo delle celebrità e su chi comanda i registi stessi e decide chi e con quale metodo intrappolare un fenomeno sul Sunset Boulevard; l’insieme di produttori assomiglia molto di più ad una loggia infernale che ad un’azienda cinematografica che dovrebbe produrre arte e cultura.

In un film che riproduce Hollywood la protagonista riproduce sé stessa in un mito (Rita Hayworth), in cui anche senza memoria sceglie di riconoscersi per la potenza del tipo femminile universale creato dal cinema americano.

Il tema del doppio instaura un rapporto con le nostre fantasie e le nostre paure, con ciò che riproduce sé stesso continuamente, l’industria del cinema infatti non fa che riprodurre sé stessa ed i suoi miti, persino Lynch ripropone un angelo femminile ed una dark lady come stereotipo per condurci alla follia ed alla pazzia del surreale che, le scatole della nostre mente contengono alimentato dal fuoco del nostro desiderio. La famiglia e le preoccupazioni, il successo e la gavetta in un mondo ammalato dalla fama e in cui la prudenza non è mai abbastanza scandisce le strade dalle alte palme della Florida, in cui la paura di essere abbandonati e rigettati al freddo è esponenziale. Quando guardo un film di questo tipo mi piace pensare alla fuga ed alla voglia di perdersi che c’è in ognuno di noi, pagando il prezzo del biglietto in un luogo che ci condurrà lontano tanto quanto desideriamo perché questa storia ha solamente un inizio… proprio come una vita intera che continua nella memoria altrui e nel nulla rischia di disperdersi.

La trama è come la trama di un’esistenza: essa è semplice e pura solo alla nascita, poi diventa sempre più intricata e ribalta finalmente lo stereotipo cinematografico del colpo di scena risolutore. Infatti per assomigliare alla realtà una storia deve dipanarsi in modo sempre più complesso dopo l’inizio e non il contrario, Lynch sa che la morte è l’unica liberazione ma la morte dei sensi è altrettanto valida per farci creare e rinascere come fenici senza affrontare la nostra degradazione. I soldi dalla borsetta di Rita non vengono neanche toccati o presi in considerazione, il dramma nasce dal desiderio di “fare” quei soldi e la paura che crea il raggiungimento di un obbiettivo, di partecipare all’industria del cinema su cui il film ha le fondamenta. Noi ora ci chiediamo da dove nasca il desiderio, quale chiave può aprire quella porta dell’appartamento che sogniamo? Prima però dobbiamo affrontare il nostro dubbio e ciò che di più occulto abita in noi, nelle strade e nei letti di una grande città proprio a due passi dalla normalità e che scatenandosi, fa scintillare anche la nostra follia. La scatola di questo capolavoro contiene in sé tanta voglia di ripartire, annullarsi e ricominciare. Desideriamo tutti portare i nostri parenti a vivere il sogno che tanto vedevano lontano ma, le loro risate sono profonde e nevrotiche perché la nostra vita poteva essere molto più semplice e provinciale ed abbiamo scelto di corromperci per arrivare. Per cercare di capire tutto questo grande baccano che circonda le nostre ambizioni e le nostre ansiose aspettative abbiamo a disposizione il silenzio.

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