Il Signor Diavolo di Pupi Avati

Le suggestive località del nord-est Italia ci riempiono di aspettativa nel ritorno al racconto gotico di Pupi Avati che riesce a convogliare perfettamente il suo discorso sul male con freddezza e sapienza artistica ormai da lungo acquisita. Il regista infatti ci parla della malignità di cui sono capaci le persone e le loro menti rassicurate dalla superstizione, ci stimola trattenendoci a terra con la paura del reale e con una fotografia che tramite scale di neri dona voce ad un’Italia dimenticata e destinata all’oblio generale. Le immagini scorrono con dinamismo senza lasciare risposta a nessuna delle domande oscure e spontanee che ci poniamo man mano che la trama si infittisce. Al ricordo di un passato così buio siamo straniti e cerchiamo noi stessi la luce per capire fin dove scende il mistero di questo racconto, rimaniamo spaventati ascoltando in italiano una storia ben costruita e soprattutto perfettamente armoniosa nel suo insieme. Non distinguiamo nemmeno le stagioni talmente siamo coinvolti in un panorama che non vede bellezza umana da parte di nessun’anima, questo racconto a più a che fare con il realismo che con il racconto d’orrore in modo inequivocabile. Le ricerche attive di un uomo comune portano al suo declassamento di ruolo, egli da quel momento diventerà matto per scoprire cosa c’è sotto dietro questa infamia, al fine di guadagnarsi il ruolo sociale e lavorativo che gli spetta. Dovrà addentrarsi in una realtà in cui la nudità di una donna viene barattata agli occhi curiosi di un bambino in cambio di un coniglio promessole per sfamarsi.

Nella cultura contadina il diverso, il deforme, viene associato al demonio

Padre Amedeo nel film

Quando ci si chiede che cos’è il male si dovrebbe avere prova di cosa sia per noi il bene, l’amore di una madre viene infatti soppresso senza pensiero di fronte alla mostruosità dell’apparenza, quando la condizione in cui siamo di fronte alle immagini così struggenti che ci ammaliano e ci turbano come il miglior cinema sa fare. La solitudine è la stranezza per eccellenza e questo film tratta i delitti più con la mente e l’anima che con il sangue, ciò che c’è di struggente è che quest’opera sia figlia di un’epoca nemmeno cent’anni lontano dalla nostra, trattando con piglio paesaggistico le buie risaie ed i mulini di un piccolo mondo antico. Il nostro protagonista è un diverso, un uomo in carriera vessato dai propri superiori che vive solo del ricordo di un padre malato la sua vita a disposizione dello stato. Il suo incarico è quello di indagare sui miserevoli assassinii per mano di quello che si è pensato essere una vera e propria bestia umana, figlia di una disgrazia. Il finale è così enigmatico e assomiglia tanto ad una prelibatezza narrativa di gran valore, siamo infatti liberi di entrare negli inferi di una vita comune così lontana dai giorni nostri, a cui solo noi sapremo dare una spiegazione. Il male infatti proviene dall’inaspettato, da ciò che che viene dato per scontato e rivalutato e da ciò che inizialmente ci affascina ma a cui non riusciamo a credere.

Ci domandiamo come una società che si crede così politicamente evoluta possa sfogare tutte le colpe su di un bambino, senza minimamente analizzare il suo tessuto sociale ed il contesto da cui proviene. Sono felice che questo film sappia prendersi gioco dello spettatore e sorprenderlo nel pronto delle sue aspettative ormai condizionate dalla visione di un racconto stimolante e che si ispira ad un mondo che non è poi da noi così cronologicamente lontano. Il racconto non lascia spazio alla dirompente sessualità infantile dei due bambini, la morte prende il sopravvento e ci fa domandare che cosa sia l’amore in una società dominata da superstizioni dove non c’è rimedio alla solitudine poiché politicamente è irrilevante. In questo tipo di mondo si costituisce un piccolo gioiello in grado di sconvolgere il nostro animo, dominati dalle nostre insicurezze e trascinati dalla narrazione di Pupi Avati siamo condannati a pensare come la comunità, questo è un film profondo che ci lascia con la paura di aver anche noi dubitato a nostra volta.

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